
Gennaro Pesante
“Il giornalismo è contropotere. Il giornalista ha il dovere di esprimere il dissenso”. Nella sua carriera, Enzo Biagi ne ha scritte di cose che ogni cronista dovrebbe appuntarsi per imparare a fare questo mestiere. Questa frase, il Maestro l’ha pronunciata nell’autunno del ‘98 in una intervista raccolta dal quotidiano La Stampa.
Erano lontani sia i tempi in cui Biagi aveva diretto il tg1, sia i tempi in cui la politica della cosiddetta seconda repubblica aveva fatto letteralmente scempio di una delle figure più prestigiose del giornalismo italiano. Lo scrittore ed editorialista del Corriere della Sera è stato un esempio di come si materializza il modello giornalistico per eccellenza: sintesi e imparzialità, analisi puntuale, linguaggio semplice e sempre adeguato.
I pezzi giornalistici di Biagi non erano mai uno stratagemma per mettersi in mostra. Egli mostrava i fatti nella loro semplicità e, spesso, nella loro crudeltà. Non è mai appartenuto alla scuola di pensiero – oggi in gran voga – di quelli che praticano il giornalismo alla stregua di un marchettificio senza speranza e, soprattutto, senza regole e scrupoli.
Il giorno dopo la sua scomparsa è anche il momento della retorica, cui però non ci associamo. Preferiamo ricordare, anche se non sarà piacevole, quando nel passato recente Biagi è stato oggetto di una campagna di denigrazione senza risparmio che è stata condotta da colleghi della carta stampata di cui non è più opportuno ricordare le generalità. “Sono almeno 20 anni – si leggeva – che il decano della categoria rimpasta, ma sarebbe più appropriato dire ricicla, le stesse citazioni, le stesse battute, le stesse memorie per servirci sempre lo stesso articolo e gli stessi libri. Sull’Espresso di questa settimana – stiamo parlando del 2005, ndr – per esempio, nonostante si sia agli inizi di luglio e nonostante almeno il giornale gli abbia fatto ripetutamente notare nelle estati scorse che le sue ansie autunnali, oltreché ripetitive, appaiono quanto meno intempestive, è riuscito a riciclare per la milionesima volta la stessa, rancida materia prima: ‘Settembre, andiamo: è tempo di migrare, comincia così una poesia do D’Annunzio. Io che ho una visione poetica, penso che è anche il tempo della prima rata del riscaldamento’. Non è possibile! – aveva ripreso l’articolista, ndr – l’azienda del gas si metta una mano sul cuore e gli condoni la bolletta, così la facciamo finita una volta per tutte”. Ed è solo un assaggio.
Il tentativo di abbattere moralmente un mostro sacro come Biagi ha proposto, in tutta la sua devastazione, lo stato di disastro in cui versa il giornalismo di questo Paese. L’obiettivo di delegittimare un esempio di altissima e rarissima qualità, come al momento non se ne vedono di eguali, finisce per mettere in crisi quanti, in buona fede, si avvicinano alla professione cercando modelli da emulare e strumenti con cui apprendere il modo giusto per lavorare facendo meno danni possibile.
Il fatto che oggi i giovani spesso non abbiano modelli di riferimento non può, dunque, stupire nessuno. Come non può stupire il livello piuttosto basso su cui anche i media di una certa consistenza editoriale hanno finito per attestarsi. Terminata ormai da tempo la corsa alla ricerca della qualità, è rimasta solo la rissa. E nella rissa vince, in genere, chi urla e dispensa botte più forte degli altri.
Il giornalismo nella sua dimensione provinciale – dove per provinciale si intende semplicemente l’accezione geografica dell’espressione – dove è ancora più difficile restare a galla se non si esercita un minimo di mercimonio di se stessi, l’assenza di modelli di qualità accentua gli stati di isolamento rispetto a scenari politici schizofrenici e spesso clamorosamente impreparati culturalmente.
Diciamo che fino a ieri si sarebbe potuto pensare di leggere Biagi per sentirsi confortati rispetto a chi non conosce affatto la professione. Ora che lui non c’è più si potrà trovare rifugio “solo” in ciò che è stato scritto, sapendo che non si leggerà più qualcosa di nuovo in futuro e sapendo di essere tutti quanti un po’ più soli.
Pubblicato su l’Attacco il 7 novembre 2007